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La scuola di Komari

Per chi ha visto i luoghi dopo lo tsunami e li ricorda com’erano, la scuola Komari sembra una costruzione venuta dallo spazio. Non c’era niente, allora, se non tre strutture di legno, aperte sulla campagna, ed un solo piccolo edificio in mattoni, sporco di terra, di pioggia e di consunzione.

In una zona abitata in prevalenza da tamil, l’area della scuola era appena segnata da un tentativo di recinzione, caduto in più punti, a separare il luogo dell’istruzione e la sua miseria assoluta dall’altrettanta miseria di alcune casupole. Appena oltre il recinto, un pozzo; attorno al pozzo, un gruppo di uomini che si lavava, la sera, appoggiando il kalashnikov non troppo lontano, nell’indifferenza del preside che, in mezzo al prato dove il Dipartimento aveva promesso una scuola, cercava di crederci parlandone ad alta voce.

Adesso, al posto di quel prato e di quell’abbandono, c’è un complesso scolastico grande, solido, una struttura ad “U” di due piani per lato, che ospita le classi del primo e del secondo ciclo e gli altri spazi abituali di questo tipo di scuole. Gli architetti hanno fatto, senza neppure saperlo, memoria di un passato recente estremamente difficile e duro: agli angoli della struttura sembra di scorgere delle vere e proprie torrette, dipinte di un rosso carico e scuro, che paiono sporgere dal resto della costruzione.

Per fortuna non sono strutture di difesa, ma semplicemente l’esterno dei vani per le scale che mettono in comunicazione i due piani. Dentro il cortile, ci sono piante ancora piccole protette da paletti di legno e volti di bambini e di bambine con una gran voglia di ridere e parlare con te, appena ti vedono.

Tutti sanno dire “What’s your name?” e “ Where are you from?”. Tu gli rispondi “Vengo dall’Italia”, loro ripetono “Ah, Itali” e continuano a sorridere, perché lì finisce il discorso e il vocabolario disponibile. È valsa la pena di venire fin qui anche per vedere i loro volti e sentire le loro voci che dicono “Italia” senza la a finale. Perdendoci solo una lettera, abbiamo donato a chi ha perso molto di più, una scuola che per la gente di Komari è un percorso verso il futuro.

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