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Scuola Vipulananda

Karaitivu è un paesino lungo la costa che sale, tra paesaggi da favola, verso Batticaloa e il nord di Sri Lanka.

La comunità tamil che lo abita, e che nelle difficoltà recenti ha ritrovato forza e coesione, ha preso possesso in modo corale della scuola costruita dal Dipartimento, tra le ultime ad esser finite e consegnate. Vipulananda è una grande struttura che disegna sul terreno una “A” maiuscola: due lunghi edifici che si uniscono in punta, a due piani che poi diventano tre nella parte finale, ed in mezzo, a tagliare la prospettiva, un altro corpo di fabbrica, a due piani anch’esso, che fa da snodo al complesso.

Si tratta di una sorta di transetto che apre la scuola ad altre due costruzioni, separate dal resto: l’Assembly Hall, con tanto di palco e locali di servizio, e la zona per la ristorazione, protetta soltanto da un tetto, quasi a non voler precludere la vista sul mare e sulla spiaggia.

Gli allievi della scuola, bambini e bambine dei due cicli scolastici, sembra facciano fatica a staccarsi dalle classi, dalle sale, dai corridoi aperti sul cortile: corrono, ridono, si spostano da un punto all’altro del complesso parlando tra loro. Intorno ai giovani studenti, nello sguardo dei docenti, nella serietà delle madri in sari, nella vivacità dei comportamenti di tutti, si avverte che la scuola a Karaitivu non è dello Stato, non è di qualcuno, ma è di tutti, è un ponte gettato tra la riva del passato sulla quale tanta pena e sofferenza è stata condivisa e una riva di speranza, che ciascuno si sente impegnato a disegnare con altri colori, con altre prospettive.

Imparano anche musica, canto e danza, le allieve e gli allievi: suoni, movenze, gesti e ritmi di una cultura per nulla intenzionata a smarrirsi, a scomparire, a cedere il campo. Ma nello stesso tempo si avverte una confidenza inusuale con la modernità: il docente che ha in carico la sala computer ti chiede di aspettare un attimo prima di entrare, per avere il tempo di accendere gli schermi e farti vedere che, su ognuno, i ragazzi hanno cominciato a lavorare con programmi diversi, da quelli più semplici di scrittura fino al multimediale di un piccolo software che gestisce una webcam. Guardi negli occhi le decine e decine di bambini, ragazze e ragazzi che abitano, questo è l’unico verbo possibile, la scuola di Karaitivu e ti viene spontanea una preghiera: che la storia lasci loro un tempo di pace, per crescere, studiare e cambiare in meglio la loro vita e quella del loro Paese. In quest’angolo di mondo, a raccogliere e alzare al cielo questa preghiera, c’è soltanto Ganesh, nel piccolo tempio al di là della strada dove passano le pattuglie dei militari di ronda. E va molto bene così.

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