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L'ospedale di Kinniya

A Kinniya lo tsunami ha completamente distrutto il vecchio ospedale distrettuale, costruito anni fa dalla Cooperazione italiana. Il nuovo ospedale è stato costruito più lontano dal mare, su un terreno rettangolare che si affaccia con il lato più corto sulla strada principale. La costruzione, a due piani, è composta da due corpi di fabbrica quadrati, aperti su corti interne per dar luce ed aria alle stanze, collegati tra loro. Dopo l’ingresso, nell’area del primo edificio si aprono, sui due piani, i gabinetti di visita sia generalista che specialistica, i laboratori di analisi, la banca del sangue, le sale di medicazione, gli uffici amministrativi e dei piccoli reparti di osservazione. Nel secondo padiglione le sale per il ricovero dei pazienti, le sale per i raggi x e il reparto di chirurgia. In queste sale, come nella banca del sangue e negli studi per le visite specialistiche, funzionano impianti di aria condizionata. Al fondo del secondo edificio un cortile, pavimentato a blocchi per renderlo praticabile anche nella stagione delle piogge, chiuso da una costruzione con i garage per le ambulanze, la lavanderia, la stanza del generatore di corrente elettrica e, di lato, la torre del serbatoio dell’acqua potabile. Come negli altri ospedali del Paese, i rumori sono ridotti al minimo, medici e infermieri scivolano silenziosi tra i reparti, i pazienti si allineano sulle sedie in attesa del turno, anch’essi in silenzio. Il reparto maternità, come sempre affollato di madri in attesa e mamme che tengono compagnia ai piccoli nati, è un luogo di compiacimento e di gioia che si esprimono solo con sorrisi. Il personale è numeroso, ma i medici specialisti sono ancora scarsi rispetto al fabbisogno e alle potenzialità delle attrezzature installate.


I ricoveri, in rapporto alle visite – alcune centinaia ogni giorno –, sono rari e riservati ai casi gravi. La gran parte dei pazienti, dopo la visita, passa in farmacia, in realtà una finestra che dà sul regno del farmacista: una stanza, due tavoli pieni di sacchetti di pillole e polveri colorate. L’operatore prende la ricetta e compone al momento, pescando sui suoi tavoli della salute, un cocktail di medicamenti e poi lo confeziona in un cartoccio che consegna al paziente, dandogli consigli sulle modalità di assunzione.


I medici dell’Aispo, quattro italiani tra i quali un chirurgo e un anestesista, assistono il direttore dell’ospedale e il personale nel prender possesso delle nuove attrezzature, nel definire schemi organizzativi altrove aleatori, nel far crescere la professionalità degli operatori e nella gestione dell’attività chirurgica. L’Aispo sta ristrutturando anche il vecchio ospedale. Servirà per ospitare il personale medico, il magazzino di farmaci e le scorte di materiali, ma servirà anche ad allontanare di più, aggredendo un altro mucchio di macerie, il ricordo della catastrofe.

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